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Associazioni culturali > Museo di Valfurva

Esprimo il desiderio e l'augurio
che il Museo Vallivo  possa diventare luogo di studio,occasioni per riflettere,motivo per ricercare nelle nostre origini e nei più profondi risvolti  della nostra identità...

(Mario  Testorelli )


Mario Testorelli    una vita per la sua gente      
di SARA COMPAGNONI

Pubblicato in Centro studi storici Alta Valtellina, Bollettino storico Alta
Valtellina, n. 6(2003)

Ricordare Mario Testorelli può sembrare compito difficile, ma se riconduciamo
all’essenziale la sua figura tutto diventa più semplice: una vita spesa interamente ed
intensamente con entusiasmo e generosità al servizio della gente e, in particolare,
della sua Valfurva.

Nacque a Sant’Antonio Valfurva il 30 settembre 1926, da una modesta famiglia.
Settimo di dodici figli dovette ben presto, come in ogni famiglia contadina, aiutare i
genitori nelle diverse attività agricole e nell’integrare il bilancio familiare, facendosi
carico di responsabilità sempre più onerose. Da bambino fu per breve tempo famégl,
custodendo il bestiame di un’altra famiglia; saltuariamente aiutava persone sole e
anziane nei lavori pesanti, come il trasporto del letame con la gerla fin sui cosc’tìn in
cambio di un pan de carcént o un tòch de lughéniga de sanch; già a undici anni
sapeva falciare e battere con destrezza la falce; d’inverno faceva il bólc’ per
trasportare in paese le pesanti slitte cariche di fieno dalla baita di Plaghera o di
Sobretta; durante la seconda guerra mondiale sostituì il padre, richiamato alle armi,
nella preparazione e cottura del pane casalingo…

La tradizione contadina della famiglia, ancora così radicata specialmente in
montagna, lo avrebbe voluto contadino sulle orme dei padri e dei nonni, ma alle
strette della tradizione lo sottrassero i buoni risultati ottenuti a scuola e un particolare
desiderio di sua nonna di “farlo studiare”. Intraprese quindi gli studi magistrali a
Sondrio, dedicando però ogni suo momento libero alle attività agricole apprese con
tanta passione in precedenza. Si diplomò nel 1944 in un periodo storico alquanto
difficile, la Resistenza, che lo vide fra i Partigiani che operavano in Alta Valle.

Cominciò la sua carriera di maestro nel 1947 a Montagna in Valtellina dove
insegnò per pochi mesi. Qui conobbe alcuni colleghi, membri della banda musicale,
con i quali condivise l’iniziale passione per la musica e mantenne sempre un’amicizia
sull’onda delle sette note, che divenne poi, negli anni ’80, rapporto di collaborazione
con la Banda di Valfurva.

Negli anni scolastici 1949-50 e 1950-51 insegnò a Semogo e successivamente nella
sua Valfurva, i primi otto anni a Madonna dei Monti e poi a S. Nicolò.
L’insegnamento in Valfurva gli permise di venire a contatto con la realtà locale, di
entrare nel vivo dei piccoli e dei grandi problemi della popolazione che al maestro, al
medico, al sacerdote, allora guardavano ancora con rispetto e piena fiducia. Ben
presto si rese conto di quanto c’era e si doveva fare, e si buttò dentro in quel mondo, il
suo mondo, con grande dedizione. Con umanità e semplicità, senza mai far pesare
l’aiuto dato, associò all’attività scolastica un intenso lavoro al fianco di Enti,
Associazioni e Patronati a favore della sua gente per aiutarli a trovare un posto di
lavoro, per seguire una loro pratica di pensione o di assistenza medica…. Ricevette
molte testimonianze di riconoscenza, spesso semplici gesti, come quello di una


vedova di Madonna dei Monti con numerosi figli che era scesa a portare al “Maestro
Mario” quattro uova e un quài ataciòn (insalata di prato), per ringraziarlo
dell’interessamento ad una sua pratica.

Come educatore seppe stimolare i ragazzi in attività legate alla vita e all’ambiente,
che non erano previste nei programmi ministeriali di allora. I suoi alunni svolgevano
con entusiasmo quanto proposto traendone numerose soddisfazioni, come la vincita di
un concorso forestale e la realizzazione di un progetto di educazione stradale, lavori
che suscitarono ammirazione e riconoscimenti in campo scolastico.

Come maestro partecipò anche con entusiasmo ad un esperimento scolastico
circoscritto ad alcune Province montane, tra le quali Sondrio, e durato pochi anni fino
cioè all’istituzione della scuola media obbligatoria. Era la post-elementare (sesta,
settima ed ottava classe) promossa in provincia dal Provveditore agli studi Bruno
Credaro, di cui Testorelli era stato allievo alle Magistrali e col quale aveva condiviso
la passione per la montagna, per la scuola, per la “cosa pubblica”, per lo sci e per la
caccia. Il programma didattico era lasciato in gran parte alla discrezione dei direttori e
degli insegnanti e così Testorelli improntò il suo lavoro sulla storia locale, con
frequenti uscite durante le quali i ragazzi raccoglievano testimonianze della vita
quotidiana della loro valle, oggetti ed attrezzi. Fu nello svolgimento di quelle ricerche
che il maestro si rese sempre più conto che molti degli oggetti portati a scuola e
studiati erano ormai destinati a diventare legna da ardere o ad essere accatastati in un
angolo del solaio. Era il segno di un cambiamento per molti aspetti positivo e
auspicato, ma per altri aspetti preoccupante perché strappando troppo in fretta le radici
storiche della comunità ne annullava il bagaglio materiale e soprattutto quello
culturale e spirituale. Da questa malinconica constatazione gli venne l’idea di
salvaguardare quei reperti storici, non per il loro valore intrinseco, ma per ciò che essi
avevano rappresentato per le generazioni che li avevano costruiti ed usati.

Un’altra dimostrazione del suo modo di intendere la scuola come palestra di vita fu
l’iniziativa, concretatasi il 3 luglio 1961, di salire al Gran Zebrù per celebrare il
Centenario dell’Unità d’Italia. Cinquantasette scolari di età compresa tra i nove e i
quattordici anni, accompagnati dalle guide alpine, dai loro insegnanti, dal direttore
didattico Italo Occhi, dal parroco don Giacomo Mitta e dal medico condotto Valeriano
Rampazzo, conquistarono la vetta del Gran Zebrù, teatro di duri scontri durante la
prima guerra mondiale. E l’anno dopo, il 16 e 17 luglio, per dare inizio alle
celebrazioni di un altro centenario, quello del C.A.I. fondato da Quintino Sella nel
1863, organizzò la scalata al Monte Rosa: storica impresa alpinistica di settantasei
ragazzi dai sette ai quattordici anni.

L’amore per la montagna, con la quale si era confrontato ancora ragazzo nel 1942 durante
la tappa valtellinese della staffetta alpina del Vallo del Littorio con la
drammatica traversata dell’Ortles, dal Rifugio V Alpini in Val Zebrù a Solda -si
concretizzò in molteplici attività ed iniziative che lo videro sempre in prima linea.
Divenne guida alpina nel 1953 e, dopo essersi perfezionato nel campo delle valanghe
frequentando corsi in Svizzera, nel 1957 conseguì la qualifica d'esperto in neve e
valanghe. Mise queste sue competenze a disposizione delle vallate alpine quando,
dopo aver lasciato nel 1968 l’insegnamento attivo per seguire le attività
parascolastiche, nel 1972 diede vita al Servizio Valanghe della Regione Lombardia,
svolgendone la funzione di responsabile dell’ufficio di Bormio.

Per anni alla guida della Valfurva anche come sindaco (dal 1953 al 1970) realizzò
il sogno di vedere i suoi valligiani operare in un mondo nuovo, al passo con i tempi,
con grande attenzione a conservare le loro ataviche origini di uomini di montagna.
Chi gli fu accanto in quel lasso di tempo poté apprezzare la sua tenacia e la sua


serenità di giudizio nella realizzazione di quel rinnovamento -che solo i pionieri
sanno cercare e concretizzare anche nei momenti più difficili -e la sua attenta e
continua preoccupazione nel salvaguardare le radici storiche -che solo gli uomini
saggi sanno dimostrare. Fu coadiuvato da validi collaboratori, nonché ottimi amici;
coinvolse e seppe ascoltare la sua gente, chiese pareri e fece tesoro delle altrui
esperienze. In cambio ebbe un duraturo rapporto di affetto e di stima. Con
soddisfazione ricordava una significativa frase detta da un anziano di S. Nicolò, in
occasione dei lavori di allargamento della strada che comportavano l’esproprio di una
parte della sua proprietà: “Il Sindaco è come un padre che va ascoltato, perché vuole il
bene della sua famiglia!”.

Nel 1960, con un’azione meticolosa quanto caparbia, si interessò per far passare il
Giro d’Italia dal Gavia nella convinzione che quell’evento avrebbe avuto ripercussioni
vantaggiose per la viabilità e quindi per lo sviluppo turistico della Valfurva.

Con l’inaugurazione della prima scio-seggiovia di Plaghera,nella primavera del
1962, alla quale in breve tempo si sarebbero aggiunti altri tronchi e attrezzature
supplementari, per la Valfurva si apriva la strada a un nuovo avvenire. La cerimonia
d’inaugurazione fu abbinata, non casualmente, a quella dell’asilo infantile: due
realizzazioni destinate a scopi differenti, ma entrambe atte a garantire un futuro
migliore alla valle.

Sempre si adoperò ovunque si aprisse uno spiraglio che potesse in qualche modo
favorire lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni socio-economiche della sua
comunità. Erano gli anni della ripresa economica che facevano seguito alla guerra ed
erano numerosi i settori bisognosi di un rinnovamento. Gli interventi interessarono la
viabilità, l’edilizia -soprattutto della contrada di Madonna dei Monti che era
sprovvista dei servizi essenziali -, gli alpeggi, la bonifica forestale….

Lasciò l’incarico amministrativo comunale per quello provinciale; infatti dal 1970
al 1976 fu Assessore allo Sport e all’Emigrazione. Seguì in particolare quest’ultimo
assessorato, appena istituito, prodigandosi per rendere meno gravose le condizioni
degli emigranti, specialmente di tanti frontalieri. I problemi di questi lavoratori non
aveva bisogno di farseli raccontare perché li conosceva bene in quanto alcuni suoi
famigliari, come del resto molti valtellinese, erano o erano stati emigranti.

Fu animatore e organizzatore di iniziative sempre volte a migliorare ed elevare il
livello di vita, di preparazione e di cultura dei suoi convalligiani. Con la sua
personalità diede una speciale connotazione ai vari sodalizi ed enti in cui s' impegnò:

-Fu tra i soci fondatori del Soccorso alpino, fondato nel 1956, e con il suo
fedele pastore tedesco “König” costituì una tra le prime unità cinofile,
addestrate alla scuola nazionale di Solda.

-Per merito dello Sci Club S. Caterina Valfurva, associazione sorta in valle per
suo interessamento, molti ragazzi e giovani, intorno agli anni ’60-’70,
poterono accostarsi allo sci, frequentare corsi e, grazie alla sua disponibilità,
disputare gare. Famose sono rimaste le trasferte in occasione di gare
provinciali fatte con la sua “Austin 4” stracarica di ragazzi e di sci.

-Dal 1963 al 1974 fu socio donatore dell’A.V.I.S. di Bormio (fondato nel 1959),
fin quando le condizioni di salute glielo permisero, e consigliere dal 1963 al
1990.

-Nel 1967 assunse la direzione del Corpo Musicale di Valfurva, di cui era già
componente dal 1947 come suonatore di clarinetto e poi di saxofono. Per oltre
venticinque anni non si limitò alla mansione di maestro, ma cercò di
trasmettere la sua passione organizzando numerosi corsi per allievi per


mantener la banda sempre attiva, nella convinzione che essa contribuiva a
salvare lo spirito e le tradizioni della valle. Si prodigò per ottenere da vari enti
e istituzioni contribuiti che permisero di dotare il complesso di divisa e
costume.

-Per un montanaro è quasi d’obbligo svolgere il servizio militare negli Alpini e
Testorelli non fece eccezione. Con orgoglio mise a disposizione della
Comunità lo spirito di dedizione e di solidarietà proprio degli alpini, fondando
nel 1970 il Gruppo A.N.A. di Valfurva, di cui fu sempre alla guida. Tra le
numerose opere realizzate merita di essere menzionata la valorizzazione del
bivacco Skiatori Monte Ortles in Vallumbrina, a ricordo di tutti i Caduti della
prima Guerra Mondiale.

-Nel 1975 fu eletto Presidente dell’Ospedale di Bormio e ne seguì la travagliata
vicenda, conclusasi con la fusione con Sondalo, battendosi fino all’ultimo
affinché Bormio non fosse tramutato in un semplice ambulatorio ma potesse
continuare a svolgere le sue funzioni. Continuò poi in veste di Consigliere
dell’ospedale unificato.

-Dal 1988, anno di fondazione dell’Associazione Anziani di Valfurva, diede il
suo fattivo contributo nel consiglio di amministrazione del sodalizio e mise a
disposizione le sue profonde conoscenze storiche negli incontri culturali per
gli associati.

Socialmente molto impegnato trovò il tempo di ampliare e approfondire il campo
della ricerca etnografica. Non bastava più recuperare attrezzi e mobili, occorreva
documentare i lavori agricoli e le attività tradizionali fin tanto che esistevano le
persone, per lo più anziane, che normalmente li svolgevano. Ecco allora il paziente
lavoro di seguire questi contadini e questi artigiani nei loro mestieri per fotografarli,
filmarli e intervistarli. Iniziò pure una paziente ricerca toponomastica della Valfurva
che portò nel 1978 alla realizzazione, coadiuvato per i riferimenti storici da Elio
Bertolina, dell’«Inventario dei toponimi», nell’ambito della collana della Società
Storica Valtellinese.

Il tempo si sa non si ferma, corre, va avanti e con lui anche noi. Quante volte si
rammaricava di non aver annotato quello che raccontava sua nonna o altri anziani.
Resosi conto dell’importante esperienza degli anziani si accostò a quell’inesauribile
fonte di sapere che è la tradizione orale, raccogliendo testimonianze, fatti e aneddoti.
Non tralasciava di documentarsi e confrontarsi su quanto anche altri facevano o
avevano fatto nell’ambito etnografico, e andava alla ricerca di libri e pubblicazioni
che ben presto formarono una sostanziosa raccolta.

Nel 1968 conobbe una collega che lo colpì per il suo nome particolare: Cassilda.
Nel 1970 Cassilda, detta Ilde, divenne sua moglie e per oltre trent’anni condivise i
suoi numerosi interessi. Insieme continuarono ad eseguire “i loro brani a quattro
mani” con encomiabile affiatamento e sintonia di spirito. Il loro capolavoro è
sicuramente il museo – che può essere considerato una “summa”, per quanto concerne
la conoscenza, la salvaguardia e la valorizzazione della cultura e delle tradizioni della
valle – la cui vita è stata caratterizzata in questi trent’anni dalle seguenti tappe.

Nel 1974 nacque l’Associazione Museo Vallivo Valfurva per dare una veste
organica a tutto il lavoro svolto fino ad allora e per coinvolgere nuove forze: otto
furono i soci fondatori ai quali si aggiunsero ben presto altri soci. Occorreva
innanzitutto trovare il modo di rendere fruibile tutto quel patrimonio messo insieme
negli anni, a cominciare dalla sede ove esporre i numerosi reperti. Si pensò dapprima
ad una tipica vecchia casa con parte civile e rurale. La soluzione sembrava ormai


fattibile, ma non si riuscì a condurla in porto. Grazie alla disponibilità del parroco don
Giacomo, il Museo venne invece allestito nello storico edificio dell’Oratorio dei
Disciplini a S. Nicolò e fu inaugurato l’8 settembre del 1979. Nel frattempo si ebbe
l’occasione di acquistare l’intero complesso di un mulino, che fu poi trasportato a S.
Antonio dove nel medesimo posto, fino agli anni ’50, aveva funzionato il mulino
Antonioli. Venne quindi allestita la sezione staccata “Mulino e Forno a Legna” aperta
al pubblico nel 1981. Da allora le due sezioni hanno continuato a ricevere i visitatori
dando a ciascuno la possibilità quasi di rivivere il passato osservando gli oggetti
esposti in ambienti fedelmente ricostruiti.

Le statistiche parlano di qualche migliaia di visitatori l’anno. Nell’ordine di
qualche decina di milioni di lire sono state anche le spese per mandare avanti il
museo. La Regione in primis, la Provincia, il Comune, la Comunità montana e
qualche altro Ente diedero il loro contributo finanziario, e inoltre tanti valligiani soci e
non soci lavorarono con disponibilità ed entusiasmo.

Mentre il Museo continuava a funzionare con i suoi orari di apertura si pensò alla
valorizzazione del materiale fotografico e dei filmati realizzati da Mario Testorelli.
Essi di volta in volta costituirono il supporto per serate, incontri e manifestazioni
rivolti ad un pubblico vario (scolaresche, turisti, valligiani…) e, associati a reperti
museali, andarono a formare mostre tematiche itineranti. In questo modo il Museo
raggiunse un’utenza più ampia e soprattutto offrì la possibilità di una conoscenza
approfondita su argomenti specifici. Un altro pezzo di storia si realizzò con le
pubblicazioni curate dal Centro Studi Alpini Museo Vallivo Valfurva a cominciare
dalla “Guida” al museo. Seguì poi la pubblicazione della collana dei “Takin da l’an”:
calendari che ogni anno proposero un argomento particolare approfondendolo con
foto d’epoca, brevi descrizioni, proverbi, modi di dire, ricette, curiosità… Potendo poi
contare su una grande quantità di materiale da consultare (libri che costituiscono la
biblioteca del Museo, riviste, foto, diapositive…) si iniziò la pubblicazione di
monografie raccolte nella collana “Li ciaf dal skrign” della quale fanno parte:
“L’incendio di S. Antonio Valfurva, 10 aprile 1899”; “Attraverso il Bormiese,
nell’atmosfera di cent’anni fa”; “La segale: dai campi al mulino, dalla farina al pane”;
“Cronaca di me pre Nicola Compagnoni, a cominciare da l’anno 1797”.

Un ulteriore passo fu fatto nel 1990 con la decisione di donare tutto il patrimonio
del Museo alla Comunità di Valfurva, nella persona giuridica che la rappresenta cioè
il Comune. La provvisorietà e l’inadeguatezza delle due sedi rappresentavano un
grosso ostacolo ed un punto di domanda circa la continuità del Museo. Si propose
quindi all’Amministrazione comunale la donazione in cambio di una nuova sede
identificata nell’ex municipio a S. Antonio. Approvata la soluzione iniziò la lunga
fase della ristrutturazione dello stabile comunale e della convenzione fra Comune ed
Associazione per la gestione del Museo.

Purtroppo la morte, sopraggiunta prematura il 10 dicembre 2002, non ha permesso
a Mario di veder realizzato il suo sogno. Ma il Museo rimarrà sempre come segno
tangibile della sua profonda dedizione alla Valle e sarà per le generazioni future un
storico punto di riferimento.

Concludendo vogliamo affermare che il significato di questo scritto non è un
ricordare ciò che ha fatto Mario, ma crediamo invece che queste poche pagine
possono restituirci la sua immagine, il suo temperamento forte e autorevole e nel
medesimo tempo dolce e umanissimo. Ci auguriamo, inoltre, che le fotografie
intercalate al testo ci rendano Mario Testorelli ancora vivo, idealmente presente fra
noi, sempre pronto ad intrattenerci con qualche suo aneddoto o ad intonare un canto di
montagna.



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